RECENSIONI Saison Culturelle 2015-2016

Il figlio di Saul – Laszlo Nemes

51352La didascalia che apre Il figlio di Saul ci spiega chi erano i Sonderkommando: gruppi di prigionieri (perlopiù ebrei di robusta costituzione), nei campi di sterminio, destinati a lavorare intensamente all’eliminazione di altri ebrei prima di essere eliminati a loro volta. Il film esordio dell’ungherese László Nemes si concentra sul volto del protagonista, impegnato a ripulire le camere a gas dai corpi asfissiati e raccogliere le ceneri dai forni crematori. Una vita che è già terminata, ma forse rimane l’illusione in Saul, credendo di vedere nel ragazzino un figlio che forse non ha mai avuto. Da quando quel ragazzo capita sotto i suoi occhi, l’uomo mette a rischio la sua vita e quella dei suoi compagni per trafugarne il cadavere, cercare di dargli sepoltura, trovare un rabbino che ne celebri il funerale. Comincia così la corsa disperata di Saul, che cerca di portare a termine il suo piano in maniera determinata e silenziosa, ma per farlo deve guardare l’orrore che gli sta di fronte: i corpi nudi a terra, le pile di abiti, i forni crematori, i cumuli di ceneri, i nuovi arrivi di deportati, i piani segreti di rivolta. Saul è senza respiro perché solo i vivi respirano, e si affanna per dare sepoltura a quel ragazzo perché quel gesto possa essere il recupero di un’umanità abbrutita e bruciata. Il corpo del figlio morto è la sostanza del film che assume valore simbolico: si deve restituire dignità a quel corpo di cui neanche la brutalità più turpe può e deve cancellare o dimenticare e che un padre lacerato deve proteggere a tutti costi. Alla fine Saul sorriderà una volta sola, di fronte all’imminenza di una morte che è l’unica consolazione possibile di fronte all’inferno.

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Géza Röhrig è un’espressione muta che dice tutto, un corpo fragile che acquista potenza grazie alla forza della volontà. Saul riempie lo schermo negando visibilità al resto. Nemes filma con la macchina da presa sulla pelle del suo personaggio, con primi piani claustrofobici, implacabili, e al tempo stesso delimita una distanza per permettere la commozione di empatia. il-figlio-di-saul-v5-25847La macchina da presa ci costringe a guardare con i suoi occhi la realtà deforme circoscrivendola alla sua condizione tesa alla sopravvivenza del momento ed escludendo la tragedia umana. Il caos è invisibile ma molto vicino a chi guarda, lo si avverte dai rumori e dalle sfocature dell’immagine, dal disagio interiore che la presenza ansimante di Saul trasmette.

Vincitore del Grand Prix a Cannes 2015, del Golden Globe e dell’Oscar al film straniero, il film dà occhi nuovi alla Shoah: formato dell’immagine quasi quadrato, macchina a mano che insiste su Saul, inquadrature ravvicinate, parziali e immersive. László Nemes è il primo che alla tragedia di popolo sostituisce quella dell’individuo. Nessuno è più solo di Saul nell’inferno di Auschwitz. Il figlio di Saul è un film-esperienza, molto doloroso, dal quale si esce profondamente scossi: ci porta dentro all’inferno dello sterminio facendoci sentire sulla pelle tutta la sua brutalità.

di Alexine Dayné