RECENSIONI Saison Culturelle 2016-2017

Paterson – Jim Jarmusch

Perché ci sia una storia, deve succedere qualcosa. Ad un certo punto della narrazione, di solito già verso l’inizio, un evento insolito scompiglia la piatta situazione introduttiva e induce così il protagonista a compiere tutta una serie di azioni, volte ad un ritorno al punto di partenza o viceversa ad un’evoluzione (o, in casi più rari, ad un’involuzione), nei fatti e nel protagonista stesso. Il cambiamento è il punto cruciale di ogni racconto ed è proprio sull’apparente mancanza di quest’ultimo che si fonda la singolare sceneggiatura dell’opera.

Interpretato da Adam Driver, Paterson è un’autista di autobus, nato e vissuto a Paterson, New Jersey, cittadina dei poeti William Carlos Williams e Allen Ginsberg, dai quali l’uomo trae ispirazione per scrivere le sue poesie nel suo piccolo taccuino segreto, prima di iniziare il suo turno di lavoro o quando fa una pausa per pranzare con il cibo preparatogli con cura dalla moglie Laura (Golshifteh Farahani). Terminata la giornata lavorativa, l’autista ritorna a casa, dove lo attende un mondo in bianco e nero creato dalla consorte, che continuamente dipinge tende, vestiti, dolci, di geometrici motivi, rigorosamente monocromi. Con la rituale passeggiata assieme al cane Marvin e la bevuta al pub dell’angolo, Paterson termina così la sua giornata, per risvegliarsi giorno dopo giorno, nel letto accanto a Laura, pronto per ricominciare una nuova giornata, fatta di poesia e amore.

Di questo ci parla, in effetti, il film, delle poesie che nascono dalla contemplazione di una particolare marca di fiammiferi che la coppia tiene in cucina, o dai capelli scompigliati di Laura sul cuscino, da dettagli che potremmo definire quotidiani, perlopiù insignificanti agli occhi di un non-poeta, reiterati costantemente nel succedersi del tempo. La ripetizione è forse la chiave ultima di lettura del film: il nome Paterson (lui, la sua città, ma anche il capolavoro di Williams, letto ripetutamente); i cerchi e le righe disegnati ovunque nella casa; le continue apparizioni per la strada, al cinema, sul bus, di coppie di gemelli (generate da un sogno della moglie), ed infine, i gesti ripetuti e uguali a se stessi di alzarsi, fare colazione coi cereali, guidare, scrivere, passeggiare, bere una birra. È nella ripetitiva quotidianità, reale ma anche poetica, che si può trovare il mezzo per controllare il caos interiore che altrimenti dominerebbe, travolgendo e infine facendo precipitare la vita (amorosa). Lo sa bene Marie, l’infelice ragazza che ogni tanto Paterson incontra al pub, che tenta di lasciare il suo ragazzo Everett perché continuamente alla ricerca della follia, del dramma, dell’eccezione, o l’ansioso collega di lavoro Donny, preda delle richieste insistenti di una numerosa famiglia.

Qualche cosa verso la fine del film succederà, altrimenti ‒ abbiamo detto ‒ non ci sarebbe narrazione, ma non sarà comunque tale da rompere l’equilibrio che Paterson con la poesia e Laura con la creatività si sono creati perché, come si dice in una battuta del film, il sole sorge comunque ogni mattina e tramonta ogni sera.

di Carolina Zimara