RECENSIONI Saison Culturelle 2017-2018

L’intrusa – Leonardo di Costanzo

Napoli è una città divisa, contesa tra il bene e il male, tra la realtà del malaffare e della violenza e l’onestà di chi ogni giorno opera, eroe silenzioso all’infuori delle istituzioni, con l’obiettivo di portare la bellezza laddove la disperazione e il degrado sembrano offuscare ogni speranza. Così appare allo spettatore l’universo de L’intrusa, ambientato in un luogo che sembra sfuggire alle dinamiche della malavita camorristica e il cui equilibrio, improvvisamente, viene scosso dall’arrivo di Maria e della sua famiglia. Sul destino di quest’ultima incombe infatti il pesante fardello di un marito delinquente e assassino, esponente di quella mentalità e quelle dinamiche da cui la “Masseria” cerca in tutti i modi di sfuggire. Il centro di accoglienza che accoglie i bambini occupando il loro doposcuola, fulcro dell’intera vicenda, nasce infatti dalla volontà di Giovanna, interpretata da una superba Raffaella Giordano, di offrire a queste giovani creature il diritto all’infanzia e all’innocenza. Maria, con la sua storia personale e il suo coinvolgimento alla camorra, suscita nelle famiglie che frequentano il centro una paura profonda ed un rifiuto totale. Difesa dal cuore grande di Giovanna, Maria combatte una lotta che ha i tratti dei drammi insoluti messi in scena dalle tragedie greche del passato.

Leonardo Di Costanzo, che, con questo secondo lungometraggio di finzione, torna sul grande schermo dopo una pausa durata cinque anni, conferma la propria sensibilità autoriale e la cifra stilistica che lo contraddistingue. Nelle riprese del paesaggio e nello stile asciutto che caratterizza tutta l’opera, emerge in maniera dominante l’occhio documentarista del regista. Il film, infatti, è il frutto di una lunga ricerca condotta fianco a fianco con le persone che ogni giorno affrontano la realtà delle dinamiche camorristiche e lottano costantemente per emanciparvisi. Dallo studio degli autori, nasce un capolavoro di cinema del reale che tuttavia non manca di quell’immediatezza vitale capace di coinvolgere emotivamente il proprio pubblico. Ponendosi in una posizione antitetica, sia per scelte visive che narrative, rispetto all’universo di Gomorra, il film nondimeno ne affronta le tematiche, offrendo uno sguardo nuovo e privo di pregiudizio.

È complessa la riflessione con cui Di Costanzo chiede allo spettatore di confrontarsi, perché impone ad ognuno di volgere il proprio sguardo oltre lo schermo alle rive che in questi ultimi anni continuano a registrare l’approdo di molti stranieri. L’accoglienza è uno degli argomenti più spinosi e discussi con cui l’Occidente ha il compito di confrontarsi e l’opera, circoscrivendo il perimetro alla Napoli della violenza criminale, ma aprendo interrogativi che lascia sospesi, offre lo spunto per riflettere sul concetto di intruso e sul delicato rapporto che nasce quando la tolleranza e l’apertura provano a sfidare la paura.

Napoli è una città divisa, contesa tra il bene e il male, tra la realtà del malaffare e della violenza e l’onestà di chi ogni giorno opera, eroe silenzioso all’infuori delle istituzioni, con l’obiettivo di portare la bellezza laddove la disperazione e il degrado sembrano offuscare ogni speranza. Così appare allo spettatore l’universo de L’intrusa, ambientato in un luogo che sembra sfuggire alle dinamiche della malavita camorristica e il cui equilibrio, improvvisamente, viene scosso dall’arrivo di Maria e della sua famiglia. Sul destino di quest’ultima incombe infatti il pesante fardello di un marito delinquente e assassino, esponente di quella mentalità e quelle dinamiche da cui la “Masseria” cerca in tutti i modi di sfuggire. Il centro di accoglienza che accoglie i bambini occupando il loro doposcuola, fulcro dell’intera vicenda, nasce infatti dalla volontà di Giovanna, interpretata da una superba Raffaella Giordano, di offrire a queste giovani creature il diritto all’infanzia e all’innocenza. Maria, con la sua storia personale e il suo coinvolgimento alla camorra, suscita nelle famiglie che frequentano il centro una paura profonda ed un rifiuto totale. Difesa dal cuore grande di Giovanna, Maria combatte una lotta che ha i tratti dei drammi insoluti messi in scena dalle tragedie greche del passato.

Leonardo Di Costanzo, che, con questo secondo lungometraggio di finzione, torna sul grande schermo dopo una pausa durata cinque anni, conferma la propria sensibilità autoriale e la cifra stilistica che lo contraddistingue. Nelle riprese del paesaggio e nello stile asciutto che caratterizza tutta l’opera, emerge in maniera dominante l’occhio documentarista del regista. Il film, infatti, è il frutto di una lunga ricerca condotta fianco a fianco con le persone che ogni giorno affrontano la realtà delle dinamiche camorristiche e lottano costantemente per emanciparvisi. Dallo studio degli autori, nasce un capolavoro di cinema del reale che tuttavia non manca di quell’immediatezza vitale capace di coinvolgere emotivamente il proprio pubblico. Ponendosi in una posizione antitetica, sia per scelte visive che narrative, rispetto all’universo di Gomorra, il film nondimeno ne affronta le tematiche, offrendo uno sguardo nuovo e privo di pregiudizio.

È complessa la riflessione con cui Di Costanzo chiede allo spettatore di confrontarsi, perché impone ad ognuno di volgere il proprio sguardo oltre lo schermo alle rive che in questi ultimi anni continuano a registrare l’approdo di molti stranieri. L’accoglienza è uno degli argomenti più spinosi e discussi con cui l’Occidente ha il compito di confrontarsi e l’opera, circoscrivendo il perimetro alla Napoli della violenza criminale, ma aprendo interrogativi che lascia sospesi, offre lo spunto per riflettere sul concetto di intruso e sul delicato rapporto che nasce quando la tolleranza e l’apertura provano a sfidare la paura.

Di Valeria de Bacco