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venerdì 1 febbraio proiezione #4 – il testo

L’arte come pedagogia dei sensi.

Su Rosso come il cielo di Cristiano Bortone.

Ciò che Rosso come il cielo di Cristiano Bortone ci ricorda è che la vita e il cinema sono anzitutto una questione di percezione. Mirco, ragazzino divenuto cieco in seguito ad un incidente domestico, scopre nell’arte di montare suoni un insospettato talento.

E’ questo il punto fondamentale del film: non una valutazione in negativo della disabilità, in nome di un qualche mancanza, di un “di meno”, ma un pensiero affermativo della differenza, capace di liberare potenze nuove. Sarebbe per questo sbagliato soffermarsi sulla messa in scena piuttosto tradizionale, perché il film è in realtà radicale nei suoi intenti.

Percepire il mondo è questione di abitudine, di pragmatismo. Siamo talmente abituati a “vedere” per agire da non farci neanche caso, così come il piccolo Mirco prima dell’incidente. E’ tuttavia quando “la lampadina si è fulminata” che il ragazzino comincia lentamente a percepire il mondo, a viverlo nella sua sfaccettata complessità: blu è il mare, è il vento che soffia mentre si sfreccia in bicicletta, marrone è la ruvidezza delle cortecce. Non sono queste sinestesie e metafore, proprio perché il film non vuole essere una fiaba poetica; quella che Bortone allestisce è invece una vera e propria pedagogia dei sensi, così come era stata teorizzata da Henri Bergson. Liberarsi dalle abitudini percettive, aprirsi alle sfaccettature del reale, rapportarsi alle cose sotto prospettive inedite. La sfocatura che Mirco conserva prima della cecità è quindi ancora il suo limite, il suo appigliarsi ostinatamente ad un’abitudine che è però destinata a svanire. Era necessaria la rottura completa della “lampadina” perché il ragazzo si aprisse ad un nuovo e potente mondo della sensibilità, fatto di suoni e parole.

E’ a questo punto che appare l’arte; non tanto come riscatto – termine che presuppone sempre un mancanza – ma in quanto affinamento delle capacità percettive. L’artista è colui che coglie il reale meglio e più degli altri, che disfa le abitudini, le maglie larghe con cui di solito si ingabbia la realtà, per liberare le mille vibrazioni che ci avvolgono in ogni istante, senza che ce ne accorgiamo.

A partire da queste premesse acquista nuovi significati l’avventura di Mirco, la sua passione per la registrazione, per il montaggio “costruttivo” di suoni: il ragazzo diventa artista, tessitore – metaforico – di legami imprevedibili tra natura, persone e macchinari. La sua attenzione è rivolta ai meccanismi – la ruota della bicicletta, il ritaglio dei nastri, i pulsanti – strumenti di allargamento, di miglioramento nella percezione.

La sua lotta contro le rigidità pseudo-educative dell’istituto in cui si trova a vivere, diviene allora il simbolo della natura conservatrice dell’uomo, della sua incapacità di distaccarsi dalle abitudini, della paura nei confronti delle imprevedibili novità che affiorano di continuo nel reale. In questo senso il direttore dell’istituto è realmente cieco, ma ad un livello più profondo del banale dato fisico: cieco di fronte alle prospettive alternative, alle aperture laterali che permangono, al di là delle contingenze, degli incidenti di percorso. La radicalità dell’atteggiamento di Mirco è agli antipodi di quella del direttore: sotto le sue indicazioni draghi metallici, calpestamenti di foglie, alterazioni della voce vengono così ad abitare uno stesso piano, producendo una nuova realtà autentica che non ha più bisogno di occhi per essere colta, che trasforma la visione abitudinaria in nuove percezioni. Si tratta insomma di una vera e propria pedagogia dei sensi che parte da un incidente per sondare il nuovo attraverso l’arte; in altri termini, la potenza della differenza.

 

Giulio Piatti