RECENSIONI Saison Culturelle 2017-2018

L’insulto – Ziad Doueiri

L’insulto viene presentato il 31 agosto 2017 alla 74ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, gareggiando per il Leone d’oro e conquistando il favore di pubblico e critica. Acclamato dalla giuria per la sua intensità, il film vale al protagonista Kamel El Basha la Coppa Volpi alla miglior interpretazione maschile e la candidatura all’Oscar per il Libano come miglior film straniero. Al suo ritorno in patria, avvenuto nell’imminenza di queste importanti vittorie, il regista Ziad Doueiri, che con L’insulto firma il suo quarto lungometraggio, viene arrestato con l’accusa di collaborazionismo con il nemico.

Per le vicende che ne fanno da cornice, l’opera si colloca da subito in una posizione di rilievo nello scenario internazionale, non solo cinematografico: immerso, suo malgrado, in un passato di lotte religiose e intolleranza, il film getta luce su di un presente ancora dominato da ideologie e forze politiche avverse, che non sembrano lasciare spazio ad una più ragionevole apertura alla convivenza e all’integrazione.

L’ins

L’evento che dà inizio alla vicenda potrebbe essere classificato senza troppi indugi come un momento banale nella vita di due uomini, se l’entità delle conseguenze che comporta non assumesse un valore più profondo e radicato nella storia di un territorio da molto tempo diviso. Ambientato nell’odierna Beirut, L’insulto vede Toni, libanese cristiano, entrare in conflitto con Yasser, profugo palestinese, in uno scontro che li porterà fino all’aula di un tribunale e che darà vita a un dramma giudiziario di kafkiana memoria. Il motivo del loro diverbio nasce quando quest’ultimo fa riparare la grondaia di Toni, il quale, arrabbiato per questo gesto, decide di distruggere la riparazione, suscitando la rabbia di Yasser, al quale sfugge un epiteto, “l’insulto” del titolo. Il riscontro mediatico che questo evento ha il potere di sollevare trasforma un fatto di vita personale in un momento di coscienza collettiva e universale, che impone al Libano, scosso da una serie di disordini sociali, l’onere di confrontarsi con le responsabilità del proprio passato. Seppur incentrato sulle vicende di uno specifico contesto geografico e ispirato a un fatto biografico appartenente alla vita del suo regista, il film trova nella potenza della propria sceneggiatura e nella delicatezza della sua immagine la forza di parlare alla politica, superando confini e barriere. Il messaggio di fondo è chiaro fin dall’inizio: non esiste nessuna possibilità di riconciliazione che non contempli lo sforzo dell’assunzione di una reciproca responsabilità da entrambe le parti coinvolte. In questo scenario di egocentrismo maschile, le donne appaiono molto più equilibrate e ragionevoli, segno che la pace rappresenta ancora una strada percorribile verso il raggiungimento del dialogo intergenerazionale ed etnico. Con quest’opera intensa e poetica, Ziad Doueiri si conferma ancora una volta capace di parlare, attraverso la sensibilità della propria visione artistica, non solo alle istituzioni, ma al cuore di tutto il suo pubblico.

di Valeria De Bacco