RECENSIONI Saison Culturelle 2017-2018

Una vita – Une vie – Stéphane Brizé

Con un minimalismo che rimane l’essenza del suo cinema, ma lasciando da parte la contemporaneità di La legge del mercato, qui Stéphane Brizé riprende fedelmente il primo romanzo di Maupassant con una storia di disperazione e destino infame dove la Chiesa viene identificata come la vera istituzione responsabile della disumanizzazione della dinamiche educative e sociali delle classi nobiliari, nonostante la rivoluzione dei lumi di pochi decenni prima.

Presentato all’ultimo Festival di Venezia, il melodramma doloroso e aspro al limite della spigolosità, scritto mantenendo la struttura episodica del romanzo, racconta – come dice il titolo – la vita di Jeanne, giovane ragazza di una ricca famiglia rurale della Normandia che attraversa l’esistenza nella solitudine e nell’ingenuità più totale.

Jeanne ha una mente pura, non riesce a comprendere il male che si annida nelle menti altrui e a confrontarsi in continuazione con la materialità della vita. L’amore con il visconte Julien la conduce a scoprire il dolore celato dalle apparenti gioie. Jeanne è un’anima alla deriva, figura nera con i capelli scompigliati da un vento rovinoso.

Per trovare un modo attuale di adattare un romanzo d’epoca e un dramma d’amore in senso assoluto, tutt’altro che conforme alle regole del film in costume, il regista utilizza lo schermo stretto in 4:3 dove la macchina da presa si sofferma sui personaggi soffocati dai luoghi e dai costumi non seguendo la tendenza del cinema d’autore post-Dardenne. Questa sorta di limitazione claustrofobica dell’inquadratura semplifica la fruizione da parte dello spettatore, concentra la percezione sulla figura esile del personaggio centrale, evita ogni tipo di spettacolarizzazione. Tutto è basato su particolari della realtà e dettagli del corpo e del viso della protagonista Jeanne. Il ritmo è spezzato, ellittico e il lavoro sul montaggio è brusco con una fotografia sporca e una luce naturalistica tenue. Judith Chemla è una giovane attrice che ha lavorato con Bernard Tavernier e André Techiné e, grazie a una recitazione sotto tono ed elegante, ha incarnato una figura femminile tra le più intense e commoventi del cinema europeo degli ultimi anni.

Jeanne ha un mondo interiore estremamente delicato e fragile ed è sempre persa nella memoria di un’infanzia ricca, spensierata e carica di aspettative. Non chiede altro alla vita, se non amare ed essere amata. Eppure, il suo destino sarà tragico, tutto racchiuso in un castello che sarà allo stesso tempo il suo amato rifugio e la sua prigione, il simbolo spaziale del suo isolamento affettivo e umano. Brizé prende parte alla sua vita, e non potendola sollevare dalle sue sofferenze vi si avvicina sempre di più, come nei vari flashforward che anticipano allo spettatore la solitudine che arriverà con la mezza età.

Un film di spazi, in cui Jeanne perde completamente le distanze da chi ha intorno e non riesce a proteggersi nel momento in cui la perfezione dell’infanzia lascia spazio alla disillusione insita nelle relazioni umane adulte.

di Alexine Dayné