RECENSIONI Saison Culturelle 2017-2018

Petit Paysan – Hubert Charauel

Un film che potrebbe appartenere alla nostra piccola regione e invece si sposta in quella vicina, la Francia e ci racconta la vita di Pierre, un allevatore di mucche da latte. L’opera prima di Hubert Charauel, presentata alla Semaine de La Critique di Cannes 2017, è stata riconosciuta ai Premi César diventando un successo commerciale. Anche raccontando la “piccola” storia, come la realtà agricola, si può realizzare un’opera che può colpire in maniera vincente e particolare critica e pubblico e l’autore, in questo caso, ne dà prova.

Essendo nato e cresciuto in una famiglia di allevatori e conoscendo molto bene il contesto, Charuel ricorda il periodo della mucca pazza negli anni ottanta e l’ossessiva preoccupazione di sua madre di fronte alla propagazione della malattia. Spinto da questo episodio, il regista decide di ambientare la sua storia nella campagna durante l’esplosione di una nuova epidemia vaccina, la febbre emorragica dove uno dei suoi animali si infetta. Swann Arlaud, già visto recentemente in Une vie, trova il giusto modo per interpretare un personaggio solo apparentemente poco sfaccettato, svelandone progressivamente le insicurezze, mantenendo una tranquillità illusoria fino al momento in cui reagisce male durante un incontro con la sua famiglia, dando spazio alle proprie frustrazioni. Le sottili sfumature che l’attore esegue sottolineano i tormenti interiori del personaggio e permettono agli spettatori di capire il suo attaccamento nei confronti degli animali.

Il lavoro di Charauel, a tratti quasi in stile documentario, esprime l’immenso amore di un disperato allevatore verso la sua mandria, ormai prossima alla morte. Solo la sequenza d’apertura si prende delle libertà oniriche ma insiste da subito a mostrarci l’impegno e la solitudine che contraddistinguono lo stile di vita del protagonista: Pierre si sveglia di prima mattina, trova il salotto, il bagno e la cucina affollati dalla presenza delle sue mucche e si fa strada tra i loro corpi per raggiungere il tavolo della colazione.

Tuttavia, proprio nella relazione tra l’allevatore e le mucche, emerge la contraddizione: l’amore che lega l’uomo ai suoi animale è infatti puramente strumentale e mediato dalle leggi economiche della produzione. Sebbene venga presentato come un film attento alla soggettività animale, il film si assesta sulla tradizionale struttura gerarchico-visiva che ammette la presenza animale solamente in relazione ai bisogni umani. Con una fotografia che spazia tra esterni a luce naturale e interni caratterizzati da una luce fredda e chirurgica, lo smarrimento del protagonista di fronte al crollo delle sue certezze viene esplicitato con il semplice accumulo di situazioni: il governo incapace di porre rimedio alla febbre emorragica che lascia gli allevatori colpiti senza sussidi, l’informazione fai-da-te su YouTube, la relazione conflittuale con la madre, la mancata storia d’amore con una fornaia, il legame fra l’allevatore e un macchiettistico anziano vicino.

Petit Paysan – Un eroe singolareriesce, con il suo realismo, a rappresentare in modo convincente una professione alle prese con cambiamenti e problemi spesso ignorati dall’opinione pubblica, proponendo un ritratto umano e sociale ben delineato.

di Alexine Dayné