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venerdì 15 marzo proiezione #7 – il testo

Ti voglio bene Eugenio: la dissolvenza del confine

Fin dai primi istanti il film ci investe letteralmente con parole affannosamente pronunciate come “roba”, “porco”, “puttana”, “mani dappertutto”, inserendoci così in un clima teso e carico di problematiche fin dall’inizio. Dopo un altra manciata di istanti però, inaspettatamente, dimentichiamo velocemente le frasi iniziali per concentrarci su quello che sarà il protagonista della storia, una figura che di parole non ne pronuncia molte e mai in maniera affannosa, che viene mostrato più volte seduto con la musica nelle orecchie e in mano un pacchetto di patatine: Eugenio. Ecco allora che viene a delinearsi fin da subito la contrapposizione che rimarrà per tutto il film: personaggi rumorosi, ansiosi, che gridano e piangono, dinamici, in contrapposizione con il personaggio pacato, statico e silenzioso di Eugenio appunto.

L’uomo down interpretato in maniera delicata da Giancarlo Giannini, solo in apparenza è il personaggio disabile incapace di partecipare alla vita sociale, e sempre solo in apparenza questo film vuole essere la storia della vita “necessariamente diversa” dei diversamente abili. Se per disfunzione sociale si dovrebbe intendere l’incapacità di partecipare alla vita sociale in maniera adeguata (cioè conforme alle aspettative degli altri), non si può in alcuna maniera applicare ad Eugenio tale definizione. Il nostro protagonista vive da solo, in una grande casa, si occupa di giardinaggio e di volontariato in ospedale, ama cucinare e chiacchierare con l’amica Elena e difende fortemente la sua indipendenza con il fratello che lo vorrebbe in casa con la propria famiglia. Anche da giovane, come viene mostrato nei diversi flashback, ha vissuto una vita il più normale possibile, certo forse non avventurosa e con non poche difficoltà ma che non si può in ogni caso definire al di fuori del contesto sociale. Questo è quello che ci mostra il film (forse anche un po’ troppo tiepidamente).

 Elena, amica di vecchia data di Eugenio, interpretata da Giuliana De Sio, è una bella donna, sposata ad un uomo ricco, presentata nei flashback come una ragazza allegra e spensierata: ma questo solo in apparenza. A partire dalla seconda metà del film Elena si confida con l’amico Eugenio svelando le violenze subite dal padre fin dalla giovinezza e rivelando un particolare ancora più scioccante: il suo stesso marito, scelto peraltro per lei dal padre, ha riservato le stesse violenze sessuali alla loro figlia Laura. Soprusi, silenzi, segreti, violenze, umiliazioni, lacrime e sofferenze: vissuti attribuiti, involontariamente o no, alla donna, mossa dalla paura e dalla codardia, incapace di reagire e prigioniera per anni di una vita fatta di apparenze. Ecco che a questo punto del film, lentamente ma con forza, si vengono ad insinuare nello spettatore le seguenti domande (che sono poi il fulcro dell’opera): chi dei due amici è il socialmente disabile? Chi dei due si direbbe incapace di partecipare in maniera soddisfacente alla vita sociale? E la definizione di diversamente abile si basa su quale sfondo? Culturale/simbolico o materiale/fisico? La risposta rimane sospesa nell’aria.

 Questo film, che ha forse il difetto di non scavare in profondità nella psicologia dei personaggi, ha però il grande merito di far oscillare e non di poco il confine, spesso troppo netto, tra il mondo degli abili e i diversamente abili, trasformandolo in qualcosa di molto labile.

Carolina Zimara