RECENSIONI Saison Culturelle 2019-2020

Le verità – Hirokazu Kore-Eda

Le verità, film d’apertura della 76a edizione della Mostra del Cinema di Venezia, è il primo film europeo di Hirokazu Kore-Eda, regista giapponese che lo scorso anno ha conquistato, con Un affare di Famiglia, la Palma d’oro a Cannes.

Si dice che la verità stia nel mezzo, ma questo film ricorda allo spettatore che le declinazioni di una stessa verità possono essere molteplici: ecco spiegato il sottile gioco della traduzione italiana, che volge al plurale il titolo originale dell’opera. Quali sono le sfumature che abbiamo dato, nel tempo, ai nostri ricordi? Quante volte ci siamo permessi di addolcire e smussare le nostre verità prima di catalogarle in uno spazio inconscio, nel quale la memoria diventa identità e storia familiare?


La narrazione cinematografica ci fa trascorrere alcuni giorni in compagnia di una famiglia che deve togliersi qualche sassolino dalle scarpe. Fabienne (Catherine Deneuve), star matura e icona di una Parigi che sembra averla dimenticata, sta rilasciando, nella sua abitazione da fiaba, una buffa intervista sull’autobiografia appena pubblicata, quando arriva da New York sua figlia Lumir (Juliette Binoche) con il marito (Ethan Hawke), attore di “serie b” americano, e la loro bambina. Quella che sembra essere un’affettuosa riunione tra consanguinei si rivela un autentico scontro generazionale volto completamente al femminile, nel quale le sole due protagoniste sono una madre con atteggiamenti cinici, tragicomici ed egoistici, e una figlia incredula e ferita dalle menzogne stampate e divulgate da quest’ultima su un passato che non risuona al ritmo dei ricordi d’infanzia. Lumir, infatti, preferisce (soprattutto per stuzzicare e colpire l’orgoglio di Fabienne) ricordare un’altra donna, un’altra attrice, Sara, che nel film viene solamente rievocata ma che lei ha sentito molto più presente di sua madre: una zelante attrice, una Strega in carriera che, a 73 anni, non ha nessuna intenzione di arrendersi ai segni del tempo, tanto da chiederle, addirittura, di non chiamarla “mamma” mentre viene accompagnata sul set del suo nuovo progetto. Intorno a Fabienne, inoltre, tutto procede senza che il suo temperamento dispotico le permetta una più ampia visione dei fatti: il maggiordomo sta per licenziarsi, il suo attuale compagno cerca di diventare uno chef e il distacco con la figlia pare amplificato dai contrasti e dalle rivalità che stilisticamente, professionalmente, caratterialmente e fisicamente le contraddistinguono.

Il regista, sensibile alle dinamiche sociali, emotive ed antropologiche che regolano l’intimità dei rapporti tra parenti, si misura con una lingua e una realtà culturale distanti da quelle note: indaga, con la sua opera ad effetto matrioska, il rapporto madre/figlia (sia nella storia di Fabienne e Lumir, sia nel film che Fabienne sta interpretando) e l’amore per il cinema, che ritroviamo nelle varie citazioni e nei riferimenti ad attori e registi famosi.

Eleonora Bonadé