Sous le ciel d’Alice

Beirut anni Cinquanta. Alice (Alba Rohrwacher), protagonista di questo racconto famigliare e nazionale al tempo stesso, fugge dalla fredda e triste Svizzera, dove ora risiede la propria famiglia, per cercare lavoro in Libano come ragazza alla pari presso una famiglia di espatriati. Qui conosce Joseph (Wajdi Mouawad), giovane studente universitario appassionato di astrofisica, che da tempo coltiva il sogno di riuscire a costruire un razzo con cui far approdare sulla luna uno dei propri connazionali. Tutto sembra procedere all’insegna dell’amore, fino a quando, nell’aprile del Settantacinque, la città è scossa da una prima sparatoria, che segna l’inizio della guerra civile. Il matrimonio, la cura della loro unica figlia, Mona, e di tutto il resto della famiglia, che nel caos del conflitto trova riparo tra le mura domestiche di Joseph e Alice, segnano profondamente anche la vita dei due protagonisti: mentre tutto il mondo intorno trema per via dell’inasprimento degli scontri, questi ultimi devono scegliere se abbandonare il presente libanese, e con esso quanto costruito, oppure restare e cercare di sopravvivere.

Chloé Mazlo – regista, sceneggiatrice e attrice – nonostante la sua giovane età, è un’artista poliedrica e matura. Formatasi nell’ambito del design grafico presso l’École supérieure des arts décoratifs di Strasburgo, si specializza quindi nella realizzazione di film d’animazione. L’opera beneficia di tale pluralità di linguaggi, guadagnando la particolarità di uno stile unico e personale, tanto nella forma quanto nella trama: ispiratasi alle vicende vissute e raccontate dalla propria nonna, la regista sceglie di narrare le drammatiche vicende libanesi discostandosi dal tema bellico dell’orrore, riportando piuttosto la narrazione su di un piano intimo e umano.

Film parco nei dialoghi, affida inoltre il commento degli eventi alla fisicità degli attori, selezionati dalla stessa Mazlo per la loro capacità di raccontare attraverso le emozioni e inseriti in un gruppo di comparse volutamente solo libanesi, per ricreare in maniera spontanea, attraverso lo stimolo della lingua e dell’origine culturale, il contesto realistico del luogo narrato. Dopo aver diretto numerosi film d’animazione – nel 2015 Les Petits Cailloux si aggiudica il premio César per il miglior cortometraggio animato – sceglie di inserire in quest’opera inserti realizzati con la tecnica della stop-motion, mescolando così brani onirici e animati alla realtà.

Selezionato per la Semaine de la Critique della 73° edizione del Festival di Cannes – edizione che non ebbe luogo a causa della pandemia – il primo lungometraggio di Chloé Mazlo si rivela un’opera autobiografica capace di comunicare la guerra, senza parlare della guerra, un’opera capace di trovare bellezza e amore universale nella memoria di una storia famigliare.

Valeria De Bacco