After Love

Scrittore e regista britannico dalle origini pakistane, Aleem Kahn studia cinema all’Università di Westminster: dopo aver diretto diversi cortometraggi, tra cui l’opera del 2014 intitolata Three Brothers, che gli vale la nomination ai BAFTA per il miglior cortometraggio britannico e il biglietto da visita per numerosi festival internazionali, il giovane autore cura sia la sceneggiatura che la regia del suo primo lungometraggio, After Love. Presentato in anteprima al Toronto International Film Festival nel 2020 e in seguito proiettato in occasione del BFI London Film Festival, della Festa del Cinema di Roma e del Tokyo International Film Festival, partecipando inoltre all’edizione fantasma del Festival di Cannes nell’ambito della Semaine de la Critique, il film racconta la storia di una donna che ha appena perso il marito e con lui tutte le sue più intime certezze, crollate come la scogliera che si sfarina davanti ai suoi occhi in una scena.

Mary (un’intensa Joanna Scanlan) conosce Ahmed – che, non a caso, in arabo significa “Colui che è encomiabile”, ma che nella vicenda tanto encomiabile non è – da giovane e il suo amore è talmente grande da spingerla a convertirsi all’islam per lui, cambiando perfino il suo nome di battesimo di derivazione cristiana in quello di Fatima, lo stesso della figlia del Profeta Muhammad. Rimasta improvvisamente vedova, la protagonista scopre nel portafoglio del defunto marito il documento di un’altra donna: da quel momento, inizia una ricerca che da Dover, in Inghilterra, la porterà ad attraversare la Manica per approdare in Francia, a Calais, alla ricerca della verità.

Qui, fingendosi interessata a svolgere le faccende di casa – come non riflettere sulla difficile situazione di molte donne musulmane immigrate in Europa e delle condizioni di lavoro spesso legate a tristi cliché – troverà Genevieve (Nathalie Richard) e suo figlio, concepito all’infuori del matrimonio con Ahmed. La morte del marito si configura dunque come il primo passo in un percorso di riscoperta non solo delle menzogne del proprio passato, ma soprattutto di consapevolezza del proprio presente, come viene evocato nella sequenza in cui Fatima si toglie il velo davanti allo specchio, mettendosi a nudo.

Grazie al movimento lineare della macchina da presa, al ritmo lento e ponderato della narrazione, alle inquadrature limpide e fisse, così come ai raccordi di montaggio canonici, Aleem Kahn si sofferma sulla sofferenza derivante dall’assenza, su di un lutto che non è solo il vuoto lasciato da chi si è amato, ma è soprattutto perdita della propria identità. Così come la vicenda umana di Mary/Fatima si costruisce sull’idea del doppio, l’intero film è strutturato sulla diversità tra due figure femminili, due culture, due diverse visioni dell’amore, che nulla hanno in comune fuorché l’unicità del loro sentimento.

Valeria De Bacco