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Love Life

Love Life è un film del regista Kōji Fukada, in concorso all’ultima edizione della Mostra del Cinema di Venezia come uno dei pochissimi film asiatici. Fukada, già allievo di Kiyoshi Kurosawa e vincitore, nel 2010, del Festival di Tokyo con Hospitalité e, nel 2016, a Cannes, del premio della giuria nella sezione Un Certain Regard con Harmonium, porta a Venezia un film maturo, minimalista, a tratti rigoroso e sottile, che esplora i temi dei legami familiari, del lutto e della solitudine, raccontando la distanza e l’impossibilità di comunicare. Il regista approfondisce il tema del lutto e, trattando di elementi universali certi, svela una delle grandi verità della vita: quando affrontiamo momenti difficili nel corso nella nostra esistenza, tendiamo a cercare la stabilità nelle relazioni per sentirci meno soli, ma saremo compresi solo da chi condivide le nostre stesse profondità, salvo poi ammettere la più ampia revocabilità di ogni scelta. La storia è ambientata in Giappone, in una famiglia middle class in cui i non detti si insinuano nella felicità dai toni pastello di Taeko e Jiro, una coppia che vive con il piccolo Keita, figlio del primo marito di Taeko.

L’armonia del contesto familiare si deforma quando il padre biologico, di nome Park, di vaga lombrosiana memoria, capace di comunicare solo con il linguaggio dei segni, torna nelle loro vite. In occasione della festa a sorpresa per il compleanno del padre di Jiro, emerge sin da subito come i suoceri non accettino “gli scarti”, ovvero il mancato legame di sangue del figlio con Keita, che durante quello stesso giorno subirà un incidente domestico mortale. La perdita verrà affrontata silenziosamente e, nel film, anche la musica tace nel momento del lutto.Le riprese dicono molto sullo spirito orientale del film e sugli stati d’animo che attraversa: la regia impone alla macchina da presa di non avvicinarsi mai agli interpreti, rendendo il film simile, a tratti, a uno spettacolo teatrale, specialmente nell’unica scena di dolore gridato durante la cerimonia funebre di Keita, e lasciando lo spettatore al posto assegnatogli dal regista, coinvolto più nelle sottese riflessioni che nel dramma. È durante la cerimonia funebre che irrompe sulla scena Park ed è con la morte di Keita che i legami familiari, specialmente i più antichi, riemergono in tutta la loro prepotenza, alternandosi a personali egoismi dei protagonisti e ripensamenti, in un contesto di glaciale solitudine, capace di dominare senza tregua tutto il film. Love Life fa immergere lo spettatore in un Giappone moderno, la cui attutita atmosfera di relazione lascia aperte molte riflessioni sulla vita e sul nostro personale modo di (soprav)viverla, ma il finale, aperto, segna il ritorno al punto di partenza.

Francesca Coccolo

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